Accanto alla centralissima via Roma, nel cuore di Palermo, si trova una piccola traversa, via Lampedusa: qui è nato Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il celeberrimo autore de “Il Gattopardo”. Nel 1943, durante la Seconda guerra mondiale, il palazzo nobiliare della sua famiglia venne distrutto dai bombardamenti e rimase in macerie fino a pochissimo tempo fa. La madre di Tomasi era così legata a questa dimora da aver scelto di abitarci anche dopo i bombardamenti, nelle sue stanze che erano rimaste miracolosamente in piedi, e lì morì.

Dopo aver visto le macerie della sua casa, Giuseppe Tomasi camminò per tre chilometri, coperto di polvere, negli occhi la guerra e le macerie delle stanze in cui era nato. Non parlò per tre giorni e soffrì di malinconia per tutta la vita. Nei “Ricordi d’infanzia” rievoca la bellezza di quella che definisce la “Scomparsa amata”, ne accenna la disposizione degli ambienti a penna; descrive odori e colori e la sensazione che provava da bambino a padroneggiare tutto quello spazio che gli sembrava un regno. In quelle pagine si legge:

“Anzitutto la nostra casa. La amavo con abbandono assoluto. E la amo ancora adesso quando essa da dodici anni non è più che un ricordo. Fino a pochi mesi prima della sua distruzione dormivo nella stanza nella quale ero nato, a quattro metri di distanza da dove era stato posto il letto di mia madre durante il travaglio del parto. Tutte le altre case (poche del resto, a parte gli alberghi) sono state dei tetti che hanno servito a ripararmi dalla pioggia e dal sole, ma non delle CASE nel senso arcaico e venerabile della parola. Ed in ispecie quella che ho adesso, che non mi piace affatto, che ho comperato per far piacere a mia Moglie e che sono stato lieto di far intestare a lei, perché veramente essa non è la mia casa. Sarà quindi molto doloroso per me rievocare la Scomparsa amata come essa fu sino al 1929, nella sua integrità e nella sua bellezza, come essa continuò dopo tutto ad essere sino al 5 aprile 1943 giorno in cui le bombe trascinate da oltre Atlantico la cercarono e la distrussero.”

Della vecchia costruzione cinquecentesca erano rimasti solo il piano terra e alcune parti del primo piano, il resto era andato distrutto. Cinque anni fa un gruppo di palermitani acquistò le rovine e ne decise la ricostruzione. Ripartendo dal rudere, si è definito un restauro conservativo, mantenendo intonaci e colori originari. Per poi inserire alcuni elementi di modernità e riportare il palazzo ad essere abitato e vissuto.

Oggi Palazzo Lampedusa è ritornato alla vita, abitato da famiglie e da giovani professionisti che hanno trovato in questo luogo la casa per le proprie idee, tra arte, cultura, storia e musica. Quello che era un angolo della città buio, malfrequentato, colmo di ruderi e rovine della guerra, oggi è un distretto pieno di fermento, anche per la vicinanza di altre bellezze restaurate come Palazzo Branciforte, sede del Monte di Pietà di Santa Rosalia, la Chiesa di Santa Maria del Piliere e lo splendido Oratorio di Santa Cita, tutte sedi di eventi di rilievo del panorama culturale palermitano.